Clandestino

Trip Start Apr 20, 2008
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Trip End Ongoing


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Where I stayed
Lavalon guesthouse

Flag of Indonesia  , East Nusa Tenggara,
Wednesday, December 10, 2008

Il minibus, dopo sette ore passate ad arrampicarsi su strade tortuose e scassate, arriva finalmente al confine. Uno dei confini piu' assurdi ed estremi del mondo: il confine tra Indonesia e Timor Est. Considerato cosa succedeva qui non piu' tardi di due anni fa, e' davvero incredibile trovarmi in questo posto, e la domanda che ogni tanto mi risuona in testa quando mi caccio in qualche casino spunta di nuovo: "Ma cosa ci faccio qui?". Semplice, devo andarmene in fretta da questo Paese, e questo e' il modo piu' veloce, anche se non proprio quello piu' semplice e sicuro. Soprattutto perche' sono un clandestino.
Lo sono da un paio di giorni, da quando sono arrivato con quel rottame galleggiante a Kupang, Timor occidentale. Bella cittadina, un tantino soporifera; non credo ci arrivi molta gente, forse un po' piu' che ad Ende, ma non tanta di piu'. C'e' un'aria un po' dismessa, da periferia del mondo. Sono arrivato in piena notte, ho trovato una guesthouse che qualcuno da qualche parte mi aveva citato, Lavalon guesthouse: carina, peccato che siano ovviamente tutti a dormire. Busso, suono il campanello, sveglio tutti i cani del quartiere che attaccano un concerto interminabile. Non mi va proprio di dormire per strada; finalmente un tizio assonnato apre la porta. "Siamo al completo", e visto che ci sono tre stanze non e' che ci voglia poi molto. "Se vuoi puoi dormire per terra nella mia stanza". Meglio di niente, poi dopo l'esperienza in traghetto sento che potrei dormire anche in una discarica. Nessun problema.
Sono tutti molto simpatici nella guesthouse, contenti di vedere qualche faccia straniera. Dopo aver fatto colazione faccio due passi per la cittadina: un bel lungomare, gente sorridente, e i bemo (minibus indonesiani) piu' belli che abbia mai visto. Coloratissimi, pieni di adesivi stile motorini o Ape di quando avevo quattordici anni, ed ognuno con un impianto stereo che farebbe invidia alle migliori discoteche di tutto il mondo: sembra che facciano a gara a chi ha il volume piu' alto. Quando ci sali non riesci nemmeno a sentire i tuoi pensieri. Vado a mangiare qualcosa in un bar, si chiama Lavalon anche quello, affacciato sul mare: il proprietario, Edwin, e' una specie di leggenda vivente per chiunque viaggi da queste parti. Sa tutto di questi posti. E soprattutto e' l'unico che puo' aiutare i pochi temerari che tentano di falro, a trovare un passaggio su uno yacht per arrivare in Australia senza volare. Ma ben presto le mie flebili speranze vengono rese ancor piu' flebili: "Ragazzo, non e' la stagione giusta! Da fine ottobre ad inizio marzo, tentare la traversata fino a Darwin e' un suicidio. Ti consiglio caldamente di prendere un aereo". Parlando un po', ho saputo che l'anno scorso tre olandesi sono affondati con il loro yacht tentando di raggiungere Darwin: per loro fortuna erano vicina alla costa ed un'elicottero li ha salvati. Pochi giorni fa un'altra barca e' affondata con venti persone a bordo poco al largo di Kupang. A quanto pare in questa stagione il mare di Timor e' uno dei piu' pericolosi dell'intero pianeta. "Se fossi arrivato un paio di mesi fa, forse ti avrei potuto trovare una barca. Ma avresti dovuto stare qui almeno due o tre settimane; ci vuole tempo per trovare un passaggio". Pazienza, sara' per la prossima volta; magari a Dili saro' piu' fortunato. Me ne torno alla guesthouse un po' sconsolato; dopo mezzora il proprietario viene a chiamarmi e mi porge il suo telefonino. E' Edwin. A quanto pare un grosso yacht ha appena attraccato di fronte al molo: vale la pena dare un'occhiata, anche se sarebbe una fortuna troppo sfacciata se andasse in Australia. E qualcosa dentro di me mi dice gia' che se voglio arrivare a Darwin dovro' arrendermi, ingoiare il rospo e volare. Aspetto un paio d'ore di fronte allo yacht, in attesa che qualcuno venga a riva con in tender: il momento arriva, mi avvicino, ma dentro di me so gia' la risposta. "Scusate, posso farvi una domanda? Non e' che per caso siete diretti in Australia?", "No, mi dispiace, stiamo andando verso Bali". Fa niente, sarei stato decisamente troppo fortunato se la risposta fosse stata diversa.
Torno al bar, Edwin sembra dispiaciuto, ma mi dice: "Credimi, e' meglio cosi'. Lascia da parte i sogni e tieniti la vita". Il mio istinto mi dice lo stesso; credo di averlo saputo anche prima di arrivare qui a Kupang. Pazienza, mangio qualcosa e faccio due chiacchiere con un tizio indonesiano seduto vicino al mio tavolo. Lavora all'ufficio immigrazione. Forse dopotutto questa giornata non risultera' del tutto infruttuosa. Ho ancora la faccenda del visto scaduto da risolvere. Gli offro una birra per addolcire un po' l'ambiente e butto li' un "Supponiamo per un momento che debba attraversare il confine con un visto scaduto da, diciamo, un paio di giorni. Cosa mi succederebbe, sempre ipoteticamente?". Il tizio si mette a ridere: "Ragazzo, ti e' scaduto il visto?", "Ehm, in un certo senso", "Tranquillo, se sono solo un paio di giorni non e' niente di grave. Io non posso fare niente, ma quando arrivi al confine probabilmente ti chiederanno venti dollari per ogni giorno trascorso illegalmente in Indonesia, anche se non c'e' niente di ufficiale e dipende da chi ti trovi di fronte". Sono gia' un tantino piu' tranquillo, poi il tizio aggiunge "Se ti fanno problemi, digli che hai parlato con Rudi dell'ufficio immigrazione di Kupang". Fantastico, adesso sono pure raccomandato. Un clandestino raccomandato.
Anche per questo, oggi sono un tantino piu' rilassato quando arrivo al confine. Mi presento allo sportello dell'immigrazione e consegno il passaporto. Il tizio gli da un'occhiata e mi dice di entrare e sedermi. Ahia. Butto sul tavolo un pacchetto di sigarette, tanto per calmare un po' l'ambiente; il doganiere si lascia sfuggire un sorriso. "Il tuo visto e' scaduto da due giorni". Lo so, cazzo! Con aria noncurante e apparentemente freddo come il ghiaccio, anche se in realta' me la sto facendo addosso, tento il tutto per tutto: "Lo so, e' che il mio traghetto da Flores e' stato cancellato e ho dovuto partire due giorni in ritardo," (cazzo, che attore!) "comunque sono stato all'ufficio immigrazione di Kupang" (ma quando mai?) "e mi hanno detto che c'e' una multa" (pardon, mazzetta) "da pagare". Il doganiere: "E di quanto stiamo parlando?". Amo questo Paese. D'altronde un Paese in cui devi contrattare anche le mazzette non si puo' fare altro che amare. "Dieci dollari al giorno? Venti in totale?" (gia' che ci sono, tanto vale provarci). "Facciamo venti per chiudere un occhio, quaranta per chiuderli tutti e due". Aggiudicato. Il doganiere e' contento, un pacchetto di sigarette e quaranta bigliettoni non si buttano mai, io pure visto che non dovro' passare il Natale in una cella indonesiana.
Mi incammino nella terra di nessuno ed arrivo al posto di confine di Timor Est. Uno striscione sgualcito e mezzo strappato recita in portoghese: "Benvenuto a Timor Leste". Benvenuto in un Paese che fino a sei anni fa non esisteva neppure, benvenuto in un posto dove fino a due anni fa c'era guerra e gente che si sparava da un confine all'altro, benvenuto nella repubblica piu' giovane del pianeta. Benvenuto ai confini del mondo.
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