Profugo

Trip Start Apr 20, 2008
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Trip End Ongoing


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Where I stayed
Ikhlas Hotel

Flag of Indonesia  , East Nusa Tenggara,
Monday, December 8, 2008

Ho una strana, spiacevole sensazione quando sto per salire sul traghetto che dovrebbe portarmi a Kupang. Gia', che dovrebbe. Perche', a guardarlo bene questo traghetto, non sono proprio sicuro che riesca a galleggiare a lungo, tantomeno ad arrivare fino all'isola di Timor. Salgo. Speriamo in bene.
Non e' che mi aspettassi molto di piu' quando sono arrivato ieri ad Ende. Ende, suona proprio bene come nome, soprattutto in inglese: End(e) of Indonesia, End(e) of the world. Qui non ci arriva proprio nessuno; mentre camminavo per la citta', pardon cittadina, ieri pomeriggio e' stato come tornare a Sumatra. Tutti, ma proprio tutti, che mi sorridono guardandomi come fossi un marziano, ed esercitando le loro classiche tre frasi in inglese, soprattutto i bambini: "Hello mister!", "How are you mister?", "Where are you going mister?". Non fa molta differenza cosa si risponde, visto che il loro inglese non va oltre quelle tre frasi; ma con un po' di buona volonta', e cercando di farfugliare qualcosa in Bahasa, si riesce anche a comunicare.
Jimmi mi ha portato in una gueshouse decente e poi si e' precipitato in macchina per tornare a Labuanbajo: e' stato un fantastico compagno di viaggio ed una fantastica guida allo stesso tempo, e non lo invidio nemmeno un poco pensando che dovra' sorbirsi tutto il viaggio di ritorno, e per di piu' in solitaria. I tizi della guesthouse ovviamente non parlano nemmeno una parola di inglese, ma per chiedere una stanza e ordinare un po' di mie goreng non e' che sia necessario parlare bahasa come un madrelingua; riesco anche a fare due chiacchiere con uno dei ragazzi che lavora qui, e che la sera mi invita anche a guardare con lui una partita di calcio alla televisione. Il match clou della giornata e' un fantastico Indonesia-Cambogia, arbitro malese. Ora, non e' per sminuire le qualita' calcistiche dei due Paesi, ma credo che anche l'FC Calceranica avrebbe qualche chances contro di loro. La partita e' talmente avvicente che mi sto addormentando sulla sedia: mi scuso con il simpatico indonesiano e vado a dormire; anche perche' sono ancora provato dalle avventure degli ultimi due giorni, e perche' qualcosa dentro di me mi dice che domani sara' una lunghissima giornata sul traghetto.
Il traghetto: appena arrivato ad Ende ho cominciato a chiedere un po' in giro a che ora sarebbe partito e da dove, visto che ci sono diversi moli in questa cittadina che si trova su una penisola dominata da un vulcano fumante ed irrequieto. Nessuno sapeva una mazza, ovviamente. "Non ci sono traghetti per Kupang", oppure "Non c'e' un traghetto, c'e' una nave cargo che parte ogni due settimane", "No no, c'e' un traghetto, ma parte il giovedi", "No il mercoledi", "No forse domani mattina", finche' trovo uno che apparentemente la sa lunga e mi assicura che il traghetto c'e' e parte domani mattina. E dove posso comprare il biglietto? "Ah, basta che vai al molo, il molo taldeitali, domani sul presto, diciamo le sette, e aspetti. Il traghetto dovrebbe partire alle dieci, anzi forse le nove, boh non so. Tu vai li per le sette e sei in una botte di ferro". Rassicurante.
Metto la sveglia alle sei, tanto per non sbagliarmi, e alle sei e mezza sono pronto a partire. Vado in strada e fermo un mototassita, ojek in Bahasa, e gli chiedo di portarmi al molo taldeitali. Mi guarda come fossi un deficiente. Capisco che mi sta chiedendo perche' voglio andare al molo taldeitali? Devo prendere il traghetto per Kupang, rispondo io. Traghetto? Kupang? No no, non parte dal molo taldeitali, parte dal molo pincopallino. Sicuro? Sicuro. Ma sicuro sicuro? Sicuro sicuro. Lo guardo con sguardo severo per fargli capire che se per disgrazia il traghetto non parte dal molo pincopallino e se per disgrazia lo perdo per colpa sua, saranno cazzi acidissimi. Ma il tizio non fa una piega. Molo pincopallino, sicuro come l'oro. Vada per il molo pincopallino. Salgo sulla moto e dopo una decina di minuti noto con terrore che stiamo lasciando Ende e abbiamo imboccato la strada lungo la costa in direzione ovest, che si snoda verso Labuanbajo. Gia' prevedendo le bestemmie che avrei tirato se avessi perso il traghetto, ho bussato sulla spalla dell'autista dell'ojek e gli ho chiesto con estrema delicatezza "Ma dove cazzo mi stai portando??". "Molo pincopallino, tranquillo mister!". Dopo una mezzora scorgo una nave in un piccolo porticciolo sperduto in mezzo al nulla; dopotutto l'ojek-pilota forse non raccontava balle.
Arriviamo al benedetto molo, entro nella simil-biglietteria e compro un biglietto in classe super-economica: 5 euro. Ottimo. Esco, e do un'occhiata al "traghetto". No, state scherzando vero? Dai, dov'e' la telecamera? Siamo su Candid Camera vero? Perche' ci vuole un coraggio da leoni a chiamarlo traghetto. Io lo definirei piuttosto un grosso pezzo di ferro arrugginito, decrepito, malmesso e scricchiolante, che per un qualche oscuro mistero intrappolato in un'enigma, riesce ancora a galleggiare attraccato al molo. Non che questo significhi che riesca a galleggiare in mare aperto; credo che per il suddetto attrezzo ogni traversata sia una sfida, come un vecchietto che sfida la morte lanciandosi con il paracadute ogni giorno: ammirevole, ma prima o poi l'infarto arriva. Speriamo solo che l'infarto, pardon il naufragio, non arrivi proprio oggi. Un attrezzo galleggiante sul quale anche il piu' disperato dei profughi si rifiuterebbe di salire; non essendo io un profugo, e non essendo disperato ma soltanto completamente folle, salgo e mi "accomodo" in classe super-economica. Un gran salone aperto, con il pavimento in cemento pieno di buchi, sporco, puzzolente, sovraffollato di persone (e qualche gallina), talmente caldo che ci potresti cuocere una bistecca, con una fila di seggiole di plastica semi-distrutte stile sala d'aspetto di un'ospedale abbandonato, e con il frastuono infernale dei "potentissimi" motori che si trovano proprio sotto al nostro culo, aumentato da un impianto stereo che spara senza sosta la temutissima dance-music indonesiana ad un volume che ti polverizza i timpani.
Alle otto il traghetto parte, pardon la ferraglia si disincaglia dal porto e si avvia verso un futuro incerto. Mi affaccio al finestrino, no scusate, non esistono finestrini; semplicemente la sala super-economica e' aperta, e' gia' tanto che ci sia un tetto per ripararsi dalle intemperie. Do un'occhiata fuori, vedo Flores allontanarsi lentamente, molto lentamente: se nuotassi probabilmente andrei piu' veloce. Poi l'occhio mi cade sulla fiancata della ferraglia: ruggine ovunque, specialmente sulla chiglia; bene, forse e' meglio guardare altrove. Vado a poppa, dove ci sono le "scialuppe" di salvataggio: due barchette di plastica, alle quali qualche buonanima ha anche tolto il motore, piene di buchi. Considerato che ci saranno un due-trecento persone sulla ferraglia galleggiante, penso che se cominciamo ad affondare tanto vale restare sul traghetto. E ' piu' sicuro.
Torno in classe super-economica: un campo profughi al confronto sembra un hotel di lusso; gente accampata per terra che tenta di dormire, caldo, caos, chiasso, sporco. Incontro un tizio che parla un po' d'inglese, Maximus, e facciamo due chiacchiere: "Il mare oggi e' tranquillo, di solito in questa stagione ci sono bufere, onde alte, gente che vomita ovunque, eccetera. Sei fortunato!", "Ah si? Che culo davvero!". Mi e' difficile anche solo pensare che questa ruggine a motore possa sopravvivere anche solo ad una leggera brezza, figurarsi ad una bufera. "Ti piace l'Indonesia?", "La adoro", "Ma anche se devi viaggiare in queste condizioni?", "Soprattutto per quello!". Scherzi a parte, e' proprio questo il tipo di avventura che cercavo quando sono partito; fosse tutto facile come a casa, che senso avrebbe venire fino a qui? Chiedo per curiosita' se ha un'idea di quando arriveremo a Kupang. "Verso le cinque, credo". Beh dai, non male dopotutto; se effettivamente arriviamo alle cinque ho tutto il tempo per trovare un albergo con calma e passare una bella serata. "No, non hai capito. Verso le cinque di domani mattina". Ah! Ottimo. Quindi vuoi dire che devo cercare un posto per dormire qui? Ma dove? "Puoi noleggiare un materassino e sdraiarti per terra". Bene, noleggio il materassino, lo butto per terra e mi sdraio cercando di farmi spazio tra mozziconi di sigaretta, bottiglie vuote, immondizia e insetti vari. C'e' una fauna non indifferente su questo dannato attrezzo arrugginito. Cerco di fare una piccola siesta, ma non ci riesco; troppo caldo, troppo casino. Sono abituato a dormire un po' ovunque ed in qualsiasi condizione in questo viaggio, ma questo e' decisamente troppo estremo. Leggo un libro, cerco di fare due chiacchiere con altra gente, mi perdo a guardare il mare, e le ore trascorrono un po' meno lente di quanto scorra questo pezzo di ferro sul mare.
Sopravvivo cibandomi di zuppe istantanee e gallette, unico pasto disponibile all'acquisto in classe super-economica, ed e' ormai sera inoltrata. Sono completamente sfatto, il tizio responsabile decide che finalmente e' ora di spegnere il roboante impianto stereo: le orecchie mi fischiano ancora, ma e' ora di dormire, e non ho alcun dubbio che appena tocchero' il materassino crollero' in un coma profondo. Faccio una preghiera a Nettuno: "per favore lascia in pace 'sto catorcio e tienilo a galla ancora fino a domani". Dormo.
Qualcosa mi scuote nel mezzo del sonno: e' Maximus. "Che ore sono, dove mi trovo, cosa succede, stiamo affondando vero?". No, siamo arrivati. Mi alzo e guardo fuori: sono le tre di mattina e le luci di Kupang accolgono il relitto, sopravvissuto miracolosamente ad un'altra traversata. Ringrazio Nettuno e scendo. Prima di lasciare il porto mi giro e do un'ultima occhiata al traghetto. Sorrido. E' stata un'esperienza indimenticabile.
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