FLORES SECAS

Trip Start Feb 06, 2007
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Trip End Ongoing


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Flag of Bolivia  ,
Thursday, May 10, 2007

Fin dal mio arrivo, è piuttosto intensa la mia presenza nel carcere femminile di "Obrajes". Sono lì tre pomeriggi per settimana, a cui si aggiungono diverse iniziative "straordinarie", prevalentemente il sabato o la domenica.
La mia prima attività qui è un "taller", cioè un laboratorio. Per la precisione è un "taller de arreglo de flores secas". E non avrei certo pensato di sperimentarmi anche in queste cose.
Il gruppo è abbastanza numeroso: una quindicina di ragazze, minori e giovani. Chiaramente non sono solo. Il riferimento educativo del gruppo è Susana, educatrice boliviana, che lavora ad "Obrajes" da oltre un anno. In più ci aiuta un'amica, Milenka, come "maestra d'arte".
Arrivare a costituire un gruppo stabile, di minori e giovani, in un carcere, non è cosa per niente facile.
 Il primo problema è legato alle motivazioni. Se le ragazze sono "preventive", cioè in attesa di sentenza (situazione che spesso dura anni), si sentono in transito, rifiutano l'idea di essere in carcere. "Tra poco uscirò" è quello che quasi tutte le ragazze dicono. Partecipare con continuità a gruppi ed attività vorrebbe in qualche modo dire di appartenere un pò a questo luogo. Se invece le ragazze sono "sentenziate" subentrano, inevitabili, fortissime depressioni che incidono molto sul loro spirito di iniziativa e partecipazione.
Il secondo problema è la giustificata diffidenza che molte ragazze hanno per molte delle figure professionali che "popolano" il carcere (assistenti sociali, psicologi, avvocati, in testa).
Guadagnarsi la fiducia è un processo non semplice.
In questo io sono certamente facilitato dalla presenza di Susana che, in qualche modo, garantisce per me.
Però non nego anche alcuni miei meriti (credo legati soprattutto ad un atterggiamento di fondo) nell'essermi costruito un buono spazio relazionale con le ragazze.
I mesi del "taller" mi aiutano a dare valore ad  esperienze come questa. Per le ragazze rappresentano, innanzitutto, la possibilità (come dicono loro) "di tenere occupata la mente", sempre invasa da ricordi, dolorosi e spesso drammatici, dal pensiero di una libertà che sembra non voler arrivare o, si sa, non giungerà per molti anni.
Ma un taller è anche l'occasione per scoprirsi capaci di fare, di realizzare alcune cose. Aiuta a migliorare un'immagine  personale che quasi sempre è estremamente negativa.
Un laboratorio, poi, apre anche alla possibilità di piccoli guadagni. Perchè significa apprendere a realizzare lavori che, in qualche modo, saranno venduti.
Soprattutto, però, il taller può essere il luogo di relazioni buone, sane, rispettose. Il luogo dove condividere, per ciò che è possibile, la gioia per una uscita imminente, la fatica di essere una mamma di 18 anni con una creatura (splendida) di 3, la stanchezza per i dieci anni della propria giovinezza trascorsi in quel posto, la disperazione per una libertà  che bisognerà attendere quasi vent'anni.

Il percorso si chiude poi con la consegna di un certificato. Esso ha un valore simbolico forte in quanto riconosce la capacità di raggiungere un obiettivo, di portare a termine un cammino che comunque richiede tempo, costanza, volontà, capacità.
Ma ha anche una utilità molto concreta, in termini di durata della pena e di rapporto con i giudici, perchè testimonia la buona condotta e il desiderio di cambiamento della persona.
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